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Cagliari, le cabine telefoniche. Quando per chiamare bisognava fare la fila

Cabina Telefonica

Le vedi ancora, in giro per Cagliari, lasciate sole a sé stesse, un po’ nascoste, quasi dimenticate. Spesso, a qualche raro passante che vi entra, sullo schermo appare la scritta “fuori servizio”. C’erano una volta le cabine telefoniche, nel capoluogo sardo e in tutta Italia, quando il cellulare era un oggetto fantascientifico e la necessità di sentire qualcuno dalla cornetta colpiva chiunque si trovasse fuori casa.

Le cabine telefoniche, negli anni i modelli che cambiano

«Mi scusi, ho bisogno di un telefono».  Non era raro entrare in un bar o in un locale solamente per utilizzare l’apparecchio. All’alba degli anni Cinquanta si ha il via all’installazione delle cabine telefoniche pubbliche nelle strade di un po’ tutta Italia. Passano i decenni e cambiano modelli e colori. Dal modello grigio con combinatore a disco, negli anni Sessanta, si passa a quello G+M degli anni Ottanta, a tastiera, in metallo zincato. Il telefono pubblico conosce il boom della sua diffusione. A Cagliari erano ovunque e nelle vie del centro svettavano incontrastate. Requisiti per l’utente, gettoni e monete in abbondanza,  per resistere ai tranelli degli “scatti”, ed enorme pazienza alle lunghe file.

Cabina Telefonica 2

La lunga fila alle cabine telefoniche

Anni Ottanta, il mito delle schede telefoniche

Dal 1987 ecco il modello di telefono pubblico rosso,  quello che molti ricordano, il Rotor, con gettoniera e imboccatura per la scheda telefonica. Diffusesi a metà degli anni Settanta, queste telecarte prepagate diventano il mezzo più diffuso per chiamare dalle cabine telefoniche. Una volta esaurito il credito, si trasformavano in oggetto di culto negli anni avvenire e i collezionisti ci andavano a caccia.

“Attacchi prima tu o prima io?” Gli innamorati dalle cabine telefoniche

L’amore ai tempi delle cabine telefoniche  era fatto di poche parole. Quelle che ti consentivano di pronunciare le monete o le schede telefoniche. I secondi scivolavano via e gli “scatti” acceleravano il tubare dei piccioncini. “Attacchi prima tu o prima io?” e spesso a risolvere la questione ci pensava il credito esaurito che poneva fine alla telefonata. Ancor di più, l’anziano signore o la casalinga di fretta, che fuori dal vetro grigio guardavano torvi, facendo capire: “vuoi chiudere, sì o no? Ci sono anche gli altri”.

Tempi moderni, la moria delle cabine telefoniche

L’avvento del telefono cellulare, per non parlare di internet e piattaforme social, ha sferrato un colpo mortale alle cabine telefoniche. Ormai, se ne vedono sempre meno e più solitarie che mai. Finito il tempo delle file interminabili e dei gettoni, mandati in pensione nel 2001 con l’avvento dell’euro. Ora per chiamare serve spesso solamente la scheda, ma è sempre più difficile trovarla. E allora il Digito, l’attuale modello di telefono pubblico, rimane triste e sconsolato. Anche la sua opzione SMS è obsoleta. Ecco allora che le cabine si trasformano in latrine pubbliche, prese d’assalto da barbari incivili, oppure rifugio per senzatetto. I più intelligenti hanno provato a trasformale in biblioteche pubbliche. Spesso e volentieri, però, sono un comodo riparo per chi, senza scheda o moneta, vuole semplicemente scappare dalla pioggia.

 

Gianmarco Cossu

Autore: Gianmarco Cossu

Cagliaritano verace e insegnante. Per passione. Perché se non ce l’hai, questo lavoro non lo fai. Amante della lingua araba, dell’Islam, della saggistica politica e dei film d’epoca. Giornalista? No, solamente “uno che va raccontando i fatti degli altri”.

Cagliari, le cabine telefoniche. Quando per chiamare bisognava fare la fila ultima modifica: 2019-04-17T10:39:43+02:00 da Gianmarco Cossu

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